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FUORI POSTO

Fuori posto

 

Brucia all’inferno
questa parte di me che non si trova bene in nessun posto
mentre le altre persone trovano cose
da fare
nel tempo che hanno
posti dove andare
insieme
cose da
dirsi.

Io sto
bruciando all’inferno
da qualche parte nel nord del Messico.
Qui i fiori non crescono.

Non sono come
gli altri
gli altri sono come
gli altri.

Si assomigliano tutti:
si riuniscano
si ritrovano
si accalcano
sono
allegri e soddisfatti
e io sto
bruciando all’inferno.

Il mio cuore ha mille anni.
Non sono come
gli altri.
Morirei nei loro prati da picnic
soffocato dalle loro bandiere
indebolito dalle loro canzoni
non amato dai loro soldati
trafitto dal loro umorismo
assassinato dalle loro preoccupazioni.

Non sono come
gli altri.
Io sto
bruciando all’inferno.

L’inferno di
me stesso.

Charles Bukowski

LA MORTE SI FUMA I MIEI SIGARI

La morte si fuma i miei sigari

Sai com’è: sono qui ubriaco ancora

una volta

e ascolto Chajkovskij

alla radio.

Gesù, lo sentivo quarantasette anni

fa

quando ero uno scrittore morto di fame

ed eccolo qui

di nuovo

ora io sono uno scrittore con un po’

di successo

e la morte va

su e giù

per questa stanza

e si fuma i miei sigari

beve qualche sorso del mio

vino

mentre il vecchio Pietro continua a darci dentro

con la sua “Patetica”,

ho fatto un bel pezzo di strada

e se ho avuto fortuna è

perché ho tirato bene

i dadi:

ho fatto la fame per l’arte, ho fatto la fame per

riuscire a guadagnare cinque dannati minuti, cinque ore,

cinque giorni,

volevo soltanto buttare giù qualche

frase,

il successo, il denaro non importavano:

io volevo scrivere

e loro volevano che stessi alla pressa meccanica,

in fabbrica alla catena di montaggio

volevano che facessi il fattorino in un

grande magazzino.

Be’, dice la morte, passandomi accanto,

ti prenderò comunque,

non importa quello che sei stato:

scrittore, tassista, pappone, macellaio,

paracadutista acrobatico, io ti

prenderò…

okay, baby, le dico io.

Adesso ci beviamo qualcosa insieme

mentre l’una di notte diventano

le due

e lei solo sa

quando verrà il

momento, ma oggi sono

riuscito a fregarla: mi sono preso

altri cinque dannati minuti

e molto di

più.

LE 3,16 E MEZZO…

 

LE 3,16 E MEZZO…

dovrei essere un grande poeta
e il pomeriggio casco dal sonno
so che la morte mi viene addosso
come un toro gigantesco
e il pomeriggio casco dal sonno
so di guerre e di uomini che si battono nell’arena
apprezzo la buona cucina, il vino e le donne
e il pomeriggio casco dal sonno,
mi piego al sole dietro una tenda gialla
mi chiedo dove sono finite le mosche dell’estate
ricordo la morte sanguinosa di Hemingway
e il pomeriggio casco dal sonno.

un giorno non cascherò dal sonno, il pomeriggio,
un giorno scriverò una poesia che di quelle colline laggiù
farà vulcani
ma ora casco dal sonno, il pomeriggio,
e qualcuno mi chiede: “Bukowsky, che ore sono?”
e io dico: “le 3,16 e mezzo”.
mi sento in colpa, mi sento odioso, inutile,
pazzo, mi sento
cascare dal sonno il pomeriggio,
bombardano le chiese, okay, va bene,
nel parco i bimbi cavalcano i ponies, okay, va bene,
le biblioteche sono piene di migliaia di libri di scienza,
una gran musica aspetta dentro la radio vicina
e il pomeriggio io casco dal sonno,
ho in me questa tomba che dice:
ah, gli altri facciano pure, vincano pure,
lasciatemi dormire,
la saggezza è nelle tenebre
spazzare nelle tenebre come scope,
vado dove sono andate le mosche dell’estate,
acchiappatemi se vi riesce.

CHARLES BUKOWSKY (trad. di Vincenzo Mantovani)