CINCO POEMAS CONCRETOS

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Cinco Poemas Concretos

Adaptação para o audiovisual ATUALIZADA dos poemas concretos “Cinco” (de José Lino Grunewald, 1964), “Velocidade” (de Ronald Azeredo, 1957), “Cidade” (de Augusto de Campos, 1963), “Pêndulo” (de E.M. de Melo e Castro, 1961/62) e “O Organismo” (de Décio Pignatari, 1960). Trilha sonora original: Juliano de Oliveira. Direção: Christian Caselli.

NON CONOSCIAMO MAI LA NOSTRA ALTEZZA

 

NON CONOSCIAMO MAI LA NOSTRA ALTEZZA

Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano, se noi stessi
non c’incurvassimo di cubiti
per la paura di essere dei re.

 
Emily Dickinson

 

WE NEVER KNOW HOW HIGH WE ARE

Till we are asked to rise
And then if we are true to plan
Our statures touch the skies –

The Heroism we recite
Would be a normal thing
Did not ourselves the Cubits warp
For fear to be a King

Emily Dickinson

L’ALBATROS

L’Albatros

 

Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi

uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il

bastimento scivolante sopra gli abissi amari.

Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell’azzurro, goffi

e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi,

candide ali, quasi fossero remi.

Come è intrigato e incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco

addietro così bello, com’è brutto e ridicolo! Qualcuno irrita il

suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima

l’infermo che prima volava!

E il poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell’arciere, assomiglia

in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra gli

scherni, non puo’ per le sue ali di gigante avanzare di un passo.

Charles Baudelaire

L'ALBATROS

L’Albatros

 

Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi

uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il

bastimento scivolante sopra gli abissi amari.

Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell’azzurro, goffi

e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi,

candide ali, quasi fossero remi.

Come è intrigato e incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco

addietro così bello, com’è brutto e ridicolo! Qualcuno irrita il

suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima

l’infermo che prima volava!

E il poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell’arciere, assomiglia

in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra gli

scherni, non puo’ per le sue ali di gigante avanzare di un passo.

Charles Baudelaire

GIOCO DESERTO

GIOCO DESERTO

 

 

I moli, alle due di notte, sono una fina

I moli strani, stilizzati, rocciosi;

I moli uguali, diritti, eco di risate

I moli che sembrano infiniti :

Mi deludono quando giungono alla fine

E c’è solo

Mare

 

Un deserto

Un deserto

Un deserto

Un deserto

Un deserto

Un deserto

Un deserto

Un deserto

Un deserto

Un deserto

 

I moli mi attraggono fisicamente

So di non poterli possedere

E mi accontento di stringere al petto

Una ragazza e di baciarla – al molo –

I moli uguali, diritti, eco di risate

I moli deserti, la mente portata a rimpiangere :

I moli sanno giocare, sanno parlare

Mi piacciono, mi legano, ma alla fine

C’è solo

Mare

 

Un deserto il vero gioco

Crudo, non crudele

Crudo perché impotente

Impotente perché immobile

Immobile perché vivo

Vivo perché un gioco

Il molo all’arrivo

 

GIOCO DESERTO, bambini Teda, villaggi di cammelli, champagne e benì,

dune su riflessi, dune rapide sottovento, dune rare e così essenziali, Beni Isguen

e arenarie calcinate dal sole, laghi di tristezza e arcipelaghi di creste rocciose,

gioco alle fortezze che splendono nella rovina, punteggiare di pastori,

gioco all’erosione e barcane dipinte presso un accampamento nomade,

miraggi del Grande Erg occidentale, migliaia di hotel SINGHIOZZANO

 

io sono qui, senza più ombra, acceso al tramonto

 

 

resisto alle forze che disgregano il terreno

la sua forma serpente, le sue torri rosse

rocce tenere

arancione vomito di moda

il viola sedimentario

argilla laminata

il profilo corroso delle Badlands

dune accecanti di gesso

stese 700 km tra cristalli e amore spietato

sensualmente risale i pendii tanto più dolci

quanto più grigi e aridi

gioco ad un rivolo di ghiaia che scende

gioco a piramidi di sabbia che mutano al vento

gioco a nubi di polvere, alla lotta di cespugli

gioco a pungermi di cactus, a perdermi nel sedum.

 

Sopravvivo al deserto

Ostile ad ogni approccio

I tagli del crotalo cerasto

Vibrando sull’aria torrida

Perlustra il mio cuore

Un discorso di pace

Piste della morte

Mostrano nel silenzio

Il gioco più crudo

 

E io sento il mare lontano da me …

 

Prima di toccarmi

Io non so giocare

Uomo contro deserto

Sia nuova acqua

Cerco ciò che un deserto

Non può dare

MA ALMENO CI STO’

 

Lambisco la luce del mattino

Godo le reliquie della noia,

Sedimento viola…

Sono corteccia in bocca

A un cittadino che domina il deserto

 

E il mare luccica ….

 

 

Anche l’aria bagna ….

 

Elba, Agosto 1982

 

GEOGRAFIA E LA LUNA

GEOGRAFIA E LA LUNA

 

 

So che non potrò mai parlarle d’amore

È una corsa al perbenismo, l’amore

Stabilisce un rapporto col mondo, l’amore

Mentre l’Etica è reclusione …

 

Eppura l’Asia filtra i fiumi

Russia è fioco disgelo

L’Islanda un altro cielo

Muffa permea le scogliere di Francia

 

Pacifico ritorno, America evanescente

Finto pallore di sedia sullo sguardo

Il chiarore della notte è perché

Piango la fine di un  film :

 

C’è la Luna riflessa

Su TV innocenza

E le carcasse di animali

Ai bordi dell’autostrada…

 

DIMENTICA

COSA L’HA SPINTA A VENIRE

PER PORTARMI I REGALI

I VIAGGI

I MUTAMENTI DELLA VITA

….

POI FILTRA

TRA LE NUBI

…..

MA NON M’ASPETTERA’

…..

 

1982