AL DIO DELLE DUE CITTA’

 

AL DIO DELLE DUE CITTA’

 

Attraverso gli occhiali – tento una soluzione per cambiare – una sorella incatenata a guardarmi –

mentre bevo veleni – nettari moderni – una nuvola nera copre la città – perché arriva il nostro –

Dio Cittadino.

Attraverso gli occhiali – provo a cambiare sdraiandomi – accanto a un tappeto di velluto rosa –

e tu cosa vuoi ruggire – leone di plastica ? – fai la pecora oppure sdraiati anche tu – accanto a me

– perché presto noi SVANIREMO – pregando il Dio delle Città.

Attraverso gli occhiali – sono bronzo ed oro – allo specchio mi vedo coraggioso – spalla contro

spalla – uomo contro santo – il nuovo ordine – il Dio delle Città ci illumina ma l’amore in fondo

trema – il Dio delle Città ci apre una strada fra le mura – ma noi non l’attraversiamo – noi non

camminiamo – il Dio delle Città ci da una ragione per essere QUI – essere arrivati e non MORTI

in tante battaglie – ciniche e disumane.

Il Dio delle Città illumina

Ma l’amore ancora trema.

1981

Dario Vergani

AL DIO DELLE DUE CITTA'

 

AL DIO DELLE DUE CITTA’

 

Attraverso gli occhiali – tento una soluzione per cambiare – una sorella incatenata a guardarmi –

mentre bevo veleni – nettari moderni – una nuvola nera copre la città – perché arriva il nostro –

Dio Cittadino.

Attraverso gli occhiali – provo a cambiare sdraiandomi – accanto a un tappeto di velluto rosa –

e tu cosa vuoi ruggire – leone di plastica ? – fai la pecora oppure sdraiati anche tu – accanto a me

– perché presto noi SVANIREMO – pregando il Dio delle Città.

Attraverso gli occhiali – sono bronzo ed oro – allo specchio mi vedo coraggioso – spalla contro

spalla – uomo contro santo – il nuovo ordine – il Dio delle Città ci illumina ma l’amore in fondo

trema – il Dio delle Città ci apre una strada fra le mura – ma noi non l’attraversiamo – noi non

camminiamo – il Dio delle Città ci da una ragione per essere QUI – essere arrivati e non MORTI

in tante battaglie – ciniche e disumane.

Il Dio delle Città illumina

Ma l’amore ancora trema.

1981

Dario Vergani

LA TERRA GIRO’ PER AVVICINARCI

LA TERRA GIRO’ PER AVVICINARCI

La terra girò per avvicinarci

girò su se stessa e dentro di noi
fino ad unirci finalmente in questo sogno,
come fu scritto nel Simposio.
Passarono notti, nevi, solstizi;
passò il tempo in minuti e millenni.
Un carro che andava a Ninive arrivò a Nebraska.
Un gallo cantò lontano dal mondo.
La terra girò musicalmente
con noi a bordo;
non cessò di girare un solo istante,
come se tanto amore, tanto miracolo
fosse solo un adagio già scritto molto tempo fa
tra le partiture del Simposio.

Eugenio Montejo

La tierra giró para acercarnos

La tierra giró para acercarnos
La tierra giró para acercarnos,
giró sobre sí misma y en nosotros,
hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínivellegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo, en la previda a menos mil de nuestros padres.
La tierra giró musicalmente
llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante, como si tanto amor,
tanto milagro sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.

(Eugenio Montejo, Caracas, 1938)

LA TERRA GIRO' PER AVVICINARCI

LA TERRA GIRO’ PER AVVICINARCI

La terra girò per avvicinarci

girò su se stessa e dentro di noi
fino ad unirci finalmente in questo sogno,
come fu scritto nel Simposio.
Passarono notti, nevi, solstizi;
passò il tempo in minuti e millenni.
Un carro che andava a Ninive arrivò a Nebraska.
Un gallo cantò lontano dal mondo.
La terra girò musicalmente
con noi a bordo;
non cessò di girare un solo istante,
come se tanto amore, tanto miracolo
fosse solo un adagio già scritto molto tempo fa
tra le partiture del Simposio.

Eugenio Montejo

La tierra giró para acercarnos

La tierra giró para acercarnos
La tierra giró para acercarnos,
giró sobre sí misma y en nosotros,
hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínivellegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo, en la previda a menos mil de nuestros padres.
La tierra giró musicalmente
llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante, como si tanto amor,
tanto milagro sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.

(Eugenio Montejo, Caracas, 1938)

DOVE SEI TU, LUCE, È IL MATTINO

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DOVE SEI TU, LUCE, È IL MATTINO

Tu eri la vita e le cose.

In te desti respiravamo

sotto il cielo che ancora è in noi.

Non pena non febbre allora,

non quest’ombra greve del giorno

affollato e diverso. O luce,

chiarezza lontana, respiro

affannoso, rivolgi gli occhi

immobili e chiari su noi.

È buio il mattino che passa

senza la luce dei tuoi occhi.

LA MORTE SI FUMA I MIEI SIGARI

La morte si fuma i miei sigari

Sai com’è: sono qui ubriaco ancora

una volta

e ascolto Chajkovskij

alla radio.

Gesù, lo sentivo quarantasette anni

fa

quando ero uno scrittore morto di fame

ed eccolo qui

di nuovo

ora io sono uno scrittore con un po’

di successo

e la morte va

su e giù

per questa stanza

e si fuma i miei sigari

beve qualche sorso del mio

vino

mentre il vecchio Pietro continua a darci dentro

con la sua “Patetica”,

ho fatto un bel pezzo di strada

e se ho avuto fortuna è

perché ho tirato bene

i dadi:

ho fatto la fame per l’arte, ho fatto la fame per

riuscire a guadagnare cinque dannati minuti, cinque ore,

cinque giorni,

volevo soltanto buttare giù qualche

frase,

il successo, il denaro non importavano:

io volevo scrivere

e loro volevano che stessi alla pressa meccanica,

in fabbrica alla catena di montaggio

volevano che facessi il fattorino in un

grande magazzino.

Be’, dice la morte, passandomi accanto,

ti prenderò comunque,

non importa quello che sei stato:

scrittore, tassista, pappone, macellaio,

paracadutista acrobatico, io ti

prenderò…

okay, baby, le dico io.

Adesso ci beviamo qualcosa insieme

mentre l’una di notte diventano

le due

e lei solo sa

quando verrà il

momento, ma oggi sono

riuscito a fregarla: mi sono preso

altri cinque dannati minuti

e molto di

più.

DILUENTE

Diluente

 

La vicina del numero quattordici rideva oggi sulla porta

da dove un mese fa è uscito il funerale del figlio piccolo.

Rideva in modo naturale con l’anima nel volto.

D’accordo: è la vita.

Il dolore non dura perchè il dolore non dura.

D’accordo.

Ripeto: d’accordo.

Ma il mio cuore non è d’accordo.

Il mio cuore romantico fa delle sciarade con l’egoismo della vita.

Ecco la lezione, o anima di gente!

Se la madre dimentica il figlio che uscì da lei ed è morto,

chi si prenderà la briga di ricordarsi di me?

Sono solo al mondo, come un mattone rotto…

Posso morire come la rugiada si asciuga…

Per un’arte naturale della natura solare…

Posso morire per volontà dell’oblio,

posso morire come nessuno…

Ma questo duole,

questo è indecente per chi ha un cuore…

Questo…

Sì, questo mi rimane nella strozza come un sandwich alle lacrime…

Gloria? Amore? L’anelito di un’anima umana?

Apoteosi alla rovescia…

Datemi acqua minerale, che voglio dimenticare la Vita!…

CHE TE NE FAI DI UN TITOLO?

CHE TE NE FAI DI UN TITOLO?

 

Non ce la fanno,
i belli muoiono tra le fiamme,
sonniferi, veleno per i topi, corda,
qualunque cosa…

Si strappano le braccia,
si buttano dalla finestra,
si cavano gli occhi dalle orbite.
Respingono l’amore,
respingono l’odio,
respingono.

Non ce la fanno,
i belli non resistono.
Sono le farfalle,
sono le colombe,
sono i passeri
che non ce la fanno.

Una lunga fiammata
mentre i vecchi giocano a dama nel parco.

Una fiammata,
una bella fiammata,
mentre i vecchi giocano a dama nel parco,
al sole.

I belli si trovano nell’angolo di una stanza
accartocciati tra ragni e siringhe,
nel silenzio,
e non sapremo mai perché se ne sono andati,
erano
tanto
belli.

Non ce la fanno,
i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
Amabili e vivaci: vita e suicidio e morte
mentre i vecchi giocano a dama,
sotto il sole,
nel parco.

Charles Bukowski

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Bukowski letto dal Liga

LEOPARDI, LA SERA DEL DI’ DI FESTA, detta da filippo gili

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LEOPARDI, LA SERA DEL DI’ DI FESTA, detta da filippo gili

 

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

Giacomo Leopardi

LEOPARDI, LA SERA DEL DI' DI FESTA, detta da filippo gili

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LEOPARDI, LA SERA DEL DI’ DI FESTA, detta da filippo gili

 

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

Giacomo Leopardi